Quattro

by Ismael

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1.
E dove andrai Luchino, con la moto di tuo padre dove andrai? Andrai dove noi non abbiamo il coraggio – e valicherai l’Appennino sopra gli svincoli che danno vertigine, e nelle gallerie dove avanzano a piedi i barboni col carrello del Lidl. Qui tuo fratello ha lasciato due figli, un bar trattoria da rimettere a posto, e un poco di debiti. E un bosco stento, che dà sulle briglie di un fosso inculento. Qui tua cognata ti accoglie con gli occhi di sempre. Dietro al bancone le foto di lui, con le sue coppe vinte. Tu non giocavi a pallone, Luchino, tu sparivi con le espadrillas strappate, il tuo Drum per rollare. Tu non andavi a pescare. Tu andavi nei boschi, Luchino, a farti coccolare. E dove sarai al mattino, in quale spiazzo rabbrividirai – fra i carboni spenti lasciati dai camper i barattoli rotti e le suole da scarpe. E rischierai gli occhi, Luchino, su quel che noi non possiamo vedere sul rosso cupo, tremendo rubino delle case cantoniere. Quando si sparge la voce che sei arrivato in paese, noi siamo gli ultimi a venirlo a sapere: il primo è il gatto che solo da te si fa prendere, e da Beniamino, che adesso ha otto anni, e per lui sei Salgari. Eppure eravamo giù al bar per venirti a cercare, con il rimpianto di donne ingrassate – e dal bagno esterno, se andiamo a pisciare si sente il torrente passare: sembra incredibile, a noi, da qui, che arrivi al mare. E butterai gli occhi Luchino sulla ruggine delle scarpate, dove non ci attentiamo, e dormirai nelle torri vuote. E sentirai, dal camino la voce delle famiglie scomparse – di notte i sassi che franano, e squarciano le reti marce.
2.
Era il tuo albero, il melo. D’estate restavi a guardarlo. Era coperto di vespe, che ronzavano attorno alle mele rotonde, e facevano buchi; tu lo guardavi, contento. Adesso stai dimenticando la sedia su cui ti sedevi, le scuole che ha fatto tua figlia, e da quand’è che non è più passata - se era sposata, di chi era sposa? Ricordi che avevi pretese, poi cosa? Sai di far parte di un’onda: eccola, che si ritira dalla veranda di casa, si muove con l’ombra dai rami del melo alle dalie, alla siepe, alla ghiaia di tutti - nuovi proprietari, nipoti arroganti, bambini che non hanno nome, ospiti, amanti, turisti di un giorno, la cui faccia ti dice qualcosa, ma cosa? E adesso, che non hai rimpianti, solo il buono ti torna alla mente, e gli amici ti parlano come se fossero vivi, tu ti chini a piangere - e qualcuno da fuori, vedendo, penserebbe che tu stia pregando. Era il tuo albero, il melo. Potato male, impreciso, storto e ricolmo, splendente. Fra te e lui c’era un velo di luce. Faceva male a guardarlo. I frutti eran come il futuro, ma adesso l’hai dimenticato.
3.
Una morte, è tutta una morte invadente insinuante dalle lenzuola e da lì alle nostre fibre, vedi ovunque l’invadenza è sottile è l’Angelo del Male che ce la fa subire – In piccole dosi, profondi respiri solo cliccando, o navigando un poco o girando i marciapiedi. Una morte, è tutta una morte invadente insinuante dalle lenzuola e da lì alle nostre fibre, vedi ovunque l’invadenza è sottile è l’Angelo del Male che ce la fa subire. Ancora qui, ancora zoppicanti dentro macchine tirate a lucido sopra gomme che si sgonfiano all’attrito, ancora qui cercando versi veritieri scintille di vita dentro i postumi di ieri.
4.
Sogno di scendere con una barca lungo un fiume che sta sottoterra. Sono un eroe della mia stessa infanzia; con me c’è un morto su una barella. E sono solo, e mi sento solo non mi è compagna la persona morta mentre scivolo nel sottosuolo nell’acqua fetida che ci porta. Avverto un senso di grande urgenza perché io so che in certi climi caldi un cadavere non si conserva non dura molto prima che si squagli. Sento l’odore del disfacimento. Sento l’odore del disfacimento. Sento l’odore del disfacimento. Poi mentre siedo e guido la mia barca e mi affretto, in mezzo al fiume – nelle narici la carne marcia nella corrente, nel putridume mi accorgo che l’odore non è il morto: quello che puzza è il mio corpo vivo. Quello che puzza non è il morto, quello che puzza è il mio corpo vivo.
5.
Parcheggi sotto la quercia, t’infanghi le scarpe scendendo, ti guardi le unghie, e lo aspetti; le gazze ti guardano. Così dozzinali e importune ti sembrano – ti sembra che ridano. Che cosa ti aspetti che dica? Che ti dica “amore mio?” Le gazze ridono di quel ta-ta-ta-ta che fanno, ta-ta ta-ta, come sparassero. Le querce aspettano che i fulmini cadano - ma non arrivano. Aspetti la campana, e non suona, Aspetti la pioggia, e non tuona, in questa giornata che è grigia, e corrotta di noia. Aspetti la campana, e non suona, Aspetti la pioggia, e non tuona, in questa giornata che è grigia, e corrotta di noia. Che cosa ti aspetti che faccia, di questa giornata corrotta, amore mio, che lascia le gazze soltanto a riderti dietro? Aspetti che parli, e non parlerà - parole che salvino non ne ha. Il giorno in cui dovrai salvarti, lui non ci sarà. Aspetti che piova, e non pioverà - ma se aspetti che differenza fa? Le gazze ti ingiuriano e ridono, Ta ta ta ta. La quercia è più muta di Dio - le gazze ti sparano, amore mio, appena tu rimonti in macchina: (Ta ta ta ta)
6.
“Quante case spente senza bestie e gente ci saranno?” – dice: “Le finestre mute, sorti sconosciute, tutti i tronchi andati sotto un rampicante… Ma non è importante” – dice, poi lascia le tue mani. Nasconde le sue in tasca come luci spente. “Questa terra è nostra ma è terrificante” dice – “Io comunque parto, non è più importante”. Così tu sai che non lo è mai stato.
7.
Non ho eretto un altare nascosto, non mi lamento, non prego – fumo sul lago, se ho voglia se è vuoto il mio Posto. Annuso i castagni sull’asfalto nero, la sabbia che fa scivolare, la diga. Non sarò vedova di lui, né di nessuno. Di quella fontana asciugata da un giorno a quell’altro, riempita mai più; di quei pesci spariti, quei peschi, quei noci in due file col tavolo per il ping pong là nel mezzo, imbarcato, perché ci scocciava portarlo al coperto, di fianco al trattore – e così marcì, come tutto. Non sarò vedova di lui, né di nessuno. Di questo lo so d’esser vedova, della sua Wehrmacht di plastica, dell’ocra nipponico, del grigio sovietico, dei verdi marines e di Skeletor, dei Masters scordati nei muri in cui le bisce facevan la muta; della sua Vespa, e più tardi la sua Citroën, del suo divano di juta, dei dischi, e del cilum – di quello son vedova, e basta. Non mi lamento, e non prego. Se fumo sul lago, e non rido può darsi che sian fatti miei. Non sarò vedova di lui, né di nessuno.
8.
Temo l’odore dei salici, amo quello delle querce. Riconosco le tue scarpe sopra le foglie marce. Tu arrivi nel sole con gli occhi storditi in cui non c’è pena, fra i salici caldi e la rena. Di cosa sei testimone? Cos’è che ti ha spezzato gli occhi? Ah, non importa dirmelo Resterò zitta anch’io. Se vuoi seguirmi, seguimi, Se vuoi deludermi, sia – resta che nuda e scalza Catia se ne andrà via. Catia rinuncia a un marito, al martirio, a una posizione - Catia ti chiede soltanto un po’ della tua discrezione E di non dirlo agli altri, nemmeno a chi tu sai – tanto lo so che amarmi è più di quel che puoi. Perciò io resto muta, mentre ti siedo accanto. Non affannarti, Luca, tanto lo sai che intanto Passeranno i mesi stanchi passeranno gli anni invano piangeranno piano i salici piangenti, scorreranno i giorni lenti, sisaliranno i rimpianti sull’acqua che va all’indietro anziché avanti. Risaliranno i rimpianti correranno gli anni stanchi piangeranno dolci i salici piangenti, e noi non ci staremo attenti.
9.
Tu sei in piedi, attonito – le ciglia spalancate, gli occhi intenti – la lingua sospesa tra i denti. Davanti hai una faccia, indubbiamente. Che cosa ne rammenti? Cerchi di concentrarti: qualcuno ti ricorda. Come una fidanzata di cui non sai più il nome e non riconosci al supermercato – un volto che ti sfugge, che hai dimenticato. Ancora un altro po’ e il vetro sarà opaco. Tu ti convincerai di avere già pagato. E resterai padrone dell’ombra di te stesso di un urlo senza eco di un occhio sospettoso, e l’altro cieco. Ti sei fatto il culo e nient’altro, giorno su giorno ti sei divorato – guscio, scorza, polpa. Non è rimasto niente a cui dare la colpa. Ti chiedi che cos’hai, ti guardi nello specchio. Non ti vedrai mai più se non ti volti adesso. Ti chiedi che cos’hai, ti guardi nello specchio. E non ti avrai mai più se non rinunci adesso. Ti arrampichi su un cumulo di sporche vessazioni la fede non ti serve se contano le azioni. Tu credi nel mercato che si fa cavalcare ma è finché tu puoi scendere che lui ti lascia fare. E disimpari a leggere ora che sai ringhiare, e in fondo non sei l’ultimo né il primo a crederti speciale. Ti chiedi che cos’hai, ti guardi nello specchio. Non ti vedrai mai più se non ti volti adesso. Ti chiedi che cos’hai, ti guardi nello specchio. E non ti avrai mai più se non ti volti adesso. Ti è stato chiesto sempre un prezzo più salato gustare carne umana eccoti apparecchiato. Indifferente al sangue sensibile a quisquilie fiscali, tu getti le briciole di pane agli squali.
10.
(Emilia) 01:28
Mia cara terra in cui vivo spiantato, perdonami se puoi, che non ti canto. Già paranoica ben t’hanno cantato, modo io non avrei se non rimpianto. Beni e miserie hai accumulato, stolti rancori in luogo del tuo incanto Eppure c’è chi ancor spaccia tu sia altro che vuota e vacua nostalgia.
11.
Chiedi che basti una doccia per essere nuovo per essere assolto da tutta la vita che hai fatto. Ma la vita che hai fatto è migliore di quella che fai. E c’è l’alba che adesso ti coccola dalle finestre e accarezza mutande e magliette e vergogna e lenzuola. C’è tuo figlio che vuole gli compri una macchina nuova. Non capisci perché la tua terra ti sembra un rimpianto – la calpesti, ci affondi, e non riesci a vederla davvero, e ti chiedi com’è che ci vive la gente che vive.
12.
Barbäj 04:47
L’era töt möj. Töt pien ’ed föj. Ün barbaj ’ed lüs che mai. ’Io pensä ch’a i’era propria stöf’d’vevr acsè d’ärmagnr’ ndre mai saver gnanc s’a sün mè ‘ndär d’ansüna bända, där la testa in t’e mür. L’è dre a gnir scür Mör l’estä Anc quàl t’u sä Pär che gnent ’n sia stä pö ’d gnent, dai Fa’ sö ch’e föj! ’n star pianger Löj... ’sa vöt mai L’era ün barbaj ’cma l’è gnü, ’desa tl’a ’bü, dai. (C’era tutto bagnato / Tutto coperto di foglie / Un barbaglio / di luce mai visto. / Ho pensato che ero proprio / stanco di vivere così / Di rimanere indietro / Senza sapere / nemmeno se sono io. / Non andare da nessuna parte, battere / la testa contro il muro. / Sta venendo buio / Muore l’estate / Anche questo lo sai / Pare che niente non sia stato più di niente, dai / Riavvolgi quel foglio / Non rimpiangere luglio / Cosa vuoi mai / Era un barbaglio / Com’è venuto, adesso l’hai bevuto, dai.)

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released September 14, 2018

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Ismael Reggio Emilia, Italy

Gli Ismael sono una rock band reggiana che ad oggi ha pubblicato tre album e un EP, caratterizzati dalle liriche di Sandro Campani (voce e chitarra del gruppo e scrittore con tre pubblicazioni all'attivo) che incontrano le trame sonore rock e folk del resto della band (Giulia Manenti, Barbara Morini, Luigi Del Villano, Piwy Del Villano). ... more

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